OMELIA 4a Domenica di Avvento. Anno C

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». (Lc 1, 39-45)
Dinanzi all’annuncio dell’angelo, Maria s’è fatta ‘accoglienza’ dell’improbabile, del non previsto, dell’impossibile, perché in fondo la vita altro non è che ‘attesa senza oggetto’ (Simone Weil), apertura all’imprevedibilità.
Infatti il possibile – ricorda Jacques Derrida – non porta con sé mai alcun mistero.
Affinché vi sia evento, perché l’altro – il sorprendente – possa rivelarsi per ciò che è, è necessario fare esperienza dell’impossibile. Senza questo impatto non si darebbe visione del nuovo, ma solo del ‘sempre lo stesso’, della ripetizione.
Dunque Maria appena fatta esperienza dell’impossibile, «si alzò e andò in fretta» a far visita ad una donna bisognosa di aiuto (v. 39).
A muoverci sarà sempre una forza, un’energia che ci portiamo dentro tutti ma che rischia di rimanere assopita se non si rimane aperti all’azione di un Altro riconosciuto nella sua totale oggettività. È importante fare esperienza del divino in noi, aprirci alla sua azione, silenziosamente lasciare che ci imbeva di lui: solo allora la nostra stessa carne sarà manifestazione di Dio – questo è mistero dell’incarnazione – e solo allora potremmo rialzarci dalle nostre paralisi e cominciare a camminare per cominciare finalmente a prenderci cura di qualcuno.
Maria mossa da un’esperienza vissuta nella carne, raggiunge Elisabetta, altra donna che ha fatto esperienza dell’impossibile, lei sterile da sempre.
Siamo fatti per sbocciare, una vita sterile, incapace di portare frutto e di dare colore e profumo è una vita morta.
Il brano di oggi, potrebbe guarirci da una grande malattia del nostro tempo: l’incapacità dello stupore.
Non ci stupiamo più di nulla. Tutto è noto, già dato, scontato, prevedibile, immaginabile. Non c’è più spazio per il mistero, ossia la ferma certezza che la realtà non è tutta come appare, ma infinitamente altra ancora. Per questo tutto sa di stantio e di vecchio, soprattutto ciò che riguarda la religione. Basta partecipare ad alcune Messe domenicali. Ci siamo ridotti a fare archeologia del sacro, e noi preti ridotti alla stregua di bravi antiquari.
Che il Natale sia esperienza dell’acqua che fa fecondare, del fuoco che accende le potenze assopite, dell’aria che torna a far respirare e della terra che fa germogliare vita nuova.
Auguri!